Ormai sembra inevitabile, la fine dei motori diesel è data per certa dalla maggior parte degli esperti del settore automotive e potrebbe essere più vicina di quanto possiamo immaginare. Si ipotizza che entro il 2030 si avrà una riduzione del mercato europeo dal 50% al 9% e molti costruttori stanno già correndo ai ripari, preparandosi a salutare definitivamente il gasolio: Volvo ha dichiarato che a partire dal 2021 non saranno effettuati ulteriori sviluppi sui loro motori diesel, FCA non equipaggerà più le sue auto con motori diesel a partire dal 2022.

Le nuove normative europee renderanno le regole troppo stringenti e i costi e le difficoltà di produzione troppo elevati, spingendo le aziende ad investire in differenti tecnologie.

Cosa ne sarà dunque, degli stabilimenti specializzati nella produzione di questi propulsori?

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Un esempio da prendere in considerazione è lo stabilimento irpino di FCA, sito a Pratola Serra, dove la produzione è quasi totalmente incentrata sui motori alimentati a gasolio che piano piano si stanno spegnendo. È quindi imprescindibile iniziare a pensare a logiche di riconversione dello stabilimento e a contenere quanto più possibile gli impatti che una operazione di questo tipo potrebbe avere sul territorio.

L’alternativa possibile è sicuramente quella di attivare il comparto elettrico, passando per l’ibrido, ma tutto ciò non può prescindere dalla formazione dei lavoratori e da ingenti investimenti da parte del gruppo FCA per mantenere conveniente e competitivo lo stabilimento.

Il complesso industriale è molto all’avanguardia dal punto di vista della tecnica, ha una capacità produttiva di 600000 motori all’anno e sono impiegati circa 1700 addetti. La particolarità è che diversamente dalla maggior parte degli stabilimenti, che si estendono su un solo piano, questo è sviluppato su due livelli e ciò comporta delle difficoltà logistiche in quanto al piano inferiore vengono realizzati i pezzi che vengono poi montati al piano superiore. Ha ricevuto comunque varie certificazioni a sottolinearne il livello di eccellenza, ma purtroppo il futuro ad oggi non sembra essere roseo.

La crisi di prospettive è reale e le incognite sono troppe e oggettive, e a pagarne le spese sono i lavoratori che stentano a trovare delle risposte su quale sarà il loro avvenire. Lo spettro della cassa integrazione è tornato alla ribalta e, dopo essere tornati a lavorare quasi a pieno regime dopo l’inizio della crisi del 2008, la situazione oggi sembra tornata al punto iniziale, riportando alla mente ricordi di un passato che sembrava essere lontano ma che è tornato a diventare presente.

In dieci anni sono più di 350 i posti di lavoro persi in irpinia, tra FCA e indotto, ed operai e sindacati hanno più volte raccolto firme e manifestato, ricevendo però solo comunicazioni istituzionali che non affrontavano il reale problema della riconversione dello stabilimento. La richiesta principale è quella di arrivare ad un tavolo di confronto in cui venga esplicitato un nuovo piano industriale per la FCA di Pratola, che garantisca la saturazione dell’attuale organico e cali il sipario sulle prospettive nefaste che si profilano oggi.

FCA dopo Marchionne

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Le paure per gli operai sono iniziate dopo la morte di Sergio Marchionne, infatti gli stabilimenti italiani perdono circa 600 milioni l’anno e il timore è quello che Mike Manley possa tagliare presto i rami secchi: nel bilancio di Fiat-Chrysler c’è infatti una voce negativa, ed è proprio quella di FCA Italy.

Marchionne in quattordici anni ha trasformato FCA, salvandola dal fallimento e portandola al settimo posto tra le case automobilistiche del mondo, con 236.000 dipendenti e quasi 5 milioni di automobili vendute, e riducendo la cassa integrazione dal 27% al 7% dal 2012 ad oggi.

È proprio questo passaggio di consegne forzato e accelerato a destabilizzare gli stati d’animo nel gruppo, e l’avvicendarsi di politiche nazionaliste e di nuovi dazi imposti a preoccupare i mercati. Toccherà ora all’inglese Manley proseguire il lavoro iniziato dal precedente “capo”, che riceve certamente una rinata eredità seppure un compito oneroso.

A cura di Raffaele Di Nardo