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Apple è l’azienda più innovativa al mondo 2020 secondo BCG

Classifica delle aziende più innovative al mondo 2020 di BCG: Apple torna in testa. Quali saranno le altre? Startup o Multinazionali, chi ha più capacità di innovare? Scopriamolo insieme...

Come ogni anno BCG (Boston Consulting Group) pubblica lo studio annuale con la top 50 delle aziende più innovative al mondo: “The Most Innovative Companies 2020”. Quest’anno, i profondi cambiamenti nell’offerta, nella domanda e nelle abitudini dei consumatori causati della pandemia da Covid-19, hanno reso l’adattamento e la capacità di innovazione delle aziende ancora più importanti, se non fondamentali. Al primo posto nella classifica delle aziende più innovative al mondo troviamo Apple che torna in testa, seguita da Alphabet, Amazon, Microsoft e Samsung.

La classifica

La classifica delle compagnie più innovative al mondo è basata in larga parte su una survey sottoposta a “global innovation executives”. La valutazione emerge da alcune dimensioni prese in esame quali la “industry peer review” (numero di voti ricevuti da executives dello stesso settore), la creazione di valore e la capacità di ciascuna compagnia di entrare in altri settori.

In top 10 troviamo, in ordine: Apple, Alphabet, Amazon, Microsoft, Samsung, Huawei, Alibaba, IBM, Sony e Facebook. Non sorprenderà che le aziende più innovative sono legate al mondo del digitale, dell’informatica e dell’e-commerce. Tuttavia, nella classifica si possono trovare anche compagnie che operano in altri settori. Si spazia dall’abbigliamento – con Nike (16) e Adidas (28) – alla chimica-farmaceutica: Johnson & Johnson (26), Bayer (38), P&G (39), Novartis (47). Nell’alimentare troviamo Nestlé (42), Coca-Cola (48) e McDonald’s (50). Per l’automotive ci sono Tesla (11), Volksvagen (32), Toyota (41), Volvo (49). A sorpresa, proprio nel settore automotive, torna in classifica FCA alla posizione 46.

bcg.com

L’intersettorialità

A sorprendere è il fatto che alcune aziende vengano citate nelle survey come leader di innovazione in settori lontani dai settori in cui esse operano: a questo proposito troviamo Amazon nell’healtcare e Alibaba nella finanza. Questo evidenzia il fatto che molte aziende si stanno spostando sempre di più verso un’intersettorialità che possa portarle a competere su nuovi mercati e tramite nuovi modelli di business.

Il falso mito delle startup

Un altro risultato dello studio che sfata un luogo comune è che le startup e le piccole società abbiano una capacità di innovare maggiore delle grandi corporation. Secondo lo studio, infatti, è vero che alle startup viene chiesto di innovare una sola volta mentre per le grandi aziende la capacità di innovazione – quindi le prospettive di crescita – ha un impatto enorme sulla loro valutazione sul mercato. Inoltre, le compagnie più “snelle” possono godere di una maggiore facilità di coordinamento, di una maggiore vicinanza agli utenti e di un orizzonte temporale più lungo (si pensi al caso delle grandi aziende in cui il management ha molti più incentivi a concentrarsi sul bilancio del trimestre). Oltre a questo, le grandi aziende potrebbero soffrire una “mancanza di disciplina” nell’allocazione delle risorse e nell’assunzione di responsabilità, portando a molta riluttanza nel tagliare i fondi a progetti che si prospettassero fallimentari. Tuttavia, è altrettanto vero che la scalabilità delle innovazioni e la loro “serialità” dipendo fortemente da una chiara strategia, dalla quantità di investimenti allocabili e dalle economie di scala. Dai dati dello studio, infatti, non emergono differenze statisticamente rilevanti tra il tasso di successo delle innovazioni di grandi multinazionali rispetto e quello delle piccole imprese.

L’innovazione “seriale”

Nello studio si distinguono: innovatori “impegnati” (45%), quelle aziende per cui l’innovazione rappresenta un obiettivo strategico e, pertanto, viene sostenuto da ingenti finanziamenti; innovatori “scettici” (30%), le aziende per cui l’innovazione non rappresenta un obiettivo strategico e pertanto vengono destinate ad essa scarse risorse; gli innovatori “confusi” (25%). Questi ultimi sono le aziende che riconoscono l’importanza strategica dell’innovazione ma nei fatti non stanziano fondi per il perseguimento di questo obiettivo. In questo studio vengono definiti “innovation leaders”, le aziende in grado di generare un output maggiore in termini percentuali di vendite di prodotti e servizi lanciati negli ultimi 3 anni rispetto alla mediana di settore. Emerge che gli innovation leader sono esclusivamente gli innovatori “impegnati” a riprova del fatto che l’innovazione come obiettivo strategico possa essere raggiunta esclusivamente attraverso processi sistematici. A questo proposito lo stessostudiocita Elon Musk secondo cui “la macchina che costruisce la macchina” è più importante del prodotto stesso.

Emerge, tuttavia, che anche le aziende più innovative hanno difficoltà a mantenere performance costanti: delle 162 aziende entrate nella classifica almeno una volta dal 2005 (primo anno dello studio), solo il 12% è rientrato nella top 50 più di dieci volte e solamente Alphabet, Amazon, Apple, HP, IBM, Microsoft, Samsung e Toyota sono state nel ranking annuale in tutte le edizioni.

Lo studio conclude che la capacità di innovazione sistematica derivi da un “innovation system” strutturato, valutabile su elementi che afferiscono la piattaforma di innovazione e l’organizzazione – quali ad esempio la delimitazione di un dominio di innovazione ristretto che eviti dispersione, la capacità di misurazione dell’innovazione e un adeguato sistema di obiettivi e incentivi – e altri che riguardano una gestione del project portfolio che porti ad avere un impatto sull’innovazione.

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Antonio Donadiohttps://managementcue.it
Studente magistrale di ingegneria gestionale con laurea triennale in ingegneria meccanica. Appassionato di project management, con forte interesse verso i temi legati alla sostenibilità - sociale, ambientale ed economica- e verso le nuove tecnologie. Amante di musica ed enogastronomia, vorace lettore (e adesso anche autore).