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PA: effetto Quota 100! Più pensionati che attivi

I dipendenti della PA: sempre meno, sempre più vecchi, sempre meno qualificati. E Quota 100 non farà altro che aggravare il problema

Introduzione

Ogni cittadino italiano si fa carico in media di 2.870 euro l’anno per pagare i redditi dei dipendenti della pubblica amministrazione (PA). Se da un lato tale cifra è minore rispetto alla media europea, d’altra parte essa appare tutt’altro che non significativa per impiegati che il direttore generale del Forum Pubblica amministrazione, Gianni Dominici definisce “pochi, anziani e poco qualificati”.

Tuttavia si sa, una volta toccato il fondo si può ancora scavare. E questa fossa può divenire più profonda essenzialmente per due ragioni: senza alcun dubbio la più rilevante è la carenza quasi totale di investimenti in formazione (48 euro l’anno per cranio pubblico); la seconda consta nel fatto che dal prossimo anno 2021, in pancia alla Pubblica amministrazione, risiederanno comodamente più pensionati che lavoratori attivi. Questa pericolosa controtendenza è stata accentuata dalle ultime politiche governative, nella fattispecie accelerata dall’entrata in vigore di Quota 100.

Il report sulla PA

Attingendo da quanto affermato in una minuziosa opera di ricerca sul lavoro pubblico esposta durante la presentazione iniziale di “FORUM PA 2020 – Resilienza digitale”, a fronte di 3,2 milioni di impiegati pubblici italiani, i dipendenti che hanno appeso il cartellino al chiodo sono 3 milioni; tuttavia ulteriori 540mila attualmente attivi hanno già spento 62 candeline (il 16,9% del totale) a cui devono aggiungersi “solamente” i 198mila persone che hanno maturato 38 anni di anzianità.

 “La pensione anticipata – emerge dal report – è stata parzialmente accelerata da Quota 100, nel 2019 sono uscite anticipatamente 90mila persone, ma è comunque prassi comune: il 57,7% dei pensionati pubblici attuali ha optato per il ritiro anticipato, solo il 13,7% per raggiunti limiti di età (mentre questa percentuale è il 20% nel privato e il 28% negli autonomi)”.

Un ulteriore dato riporta che a partire dal 2018 si sono ritirati circa 300mila dipendenti pubblici; a far loro da contraltare -ma non bilanciamento- 112mila nuove assunzioni e 1.700 stabilizzazioni di precari. Uno dei motivi? Procedure lentissime: da settembre 2019 sono infatti state messe a concorso meno di 22mila posizioni lavorative. In cosa sfocia tale fatto? Per recuperare i posti di lavoro persi servirebbero circa 10 anni. Altro campanello d’allarme: l’età media del personale PA è pari a 50,7 anni; solo il 2,9% di lavoratori possiede di 30 anni. Vecchi dunque, e pure mal istruiti: solo il 40% è laureato, tuttavia si è ben pensato di far scendere gli investimenti in formazione da 262 milioni a 154 milioni in dieci anni (2008-2018).

PA

Dominici sulla PA

“Le nuove norme che accelerano i concorsi sono positive, ma se si opterà su un semplice rimpiazzo del personale invece che su assunzioni basate sull’individuazione dei fabbisogni c’è il rischio di sprecare un’occasione irripetibile: è importante assumere presto, ma soprattutto bene. Lo smart working nell’emergenza covid-19, nonostante le difficoltà, ha rappresentato un’occasione straordinaria per scongelare una PA orientata più all’adempimento burocratico che ai risultati, ma anche per testare una significativa riduzione di sprechi e di costi. L’obiettivo di almeno 40% di dipendenti in smart working per 2-3 giorni alla settimana rappresenta una grande opportunità di introdurre una nuova cultura basata sull’innovazione, ma anche una spinta perché la PA possa raggiungere importanti traguardi di sostenibilità” sentenzia Gianni Dominici.

Alcuni dei benefici dello smart working sono sotto gli occhi di tutti:

  • Aumento dell’efficienza;
  • Riduzione degli sprechi (135 mln di spostamenti in meno nei mesi del lockdown=1.000.000 Km in meno percorsi=circa 400 mln di euro di benzina risparmiati e 127 mila tonnellate di CO2 in meno nell’atmosfera);
  • 30% in meno dei costi a carico della PA in termini di consumi energetici, mense e pulizie.

I costi della PA

Questi ultimi, nel loro complesso, rischiano di non essere più sostenibili nel lungo periodo. L’Italia spende il 9,7% del Pil in stipendi degli impiegati PA contro di una media Ue del 10,1%, l’8,3% della Germania e il 12,7% della Francia, tuttavia i dipendenti statali sono appena il 5,5% della popolazione contro l’8,4% della Francia, il 7,8% del Regno Unito e il 6,7% della Spagna.

Dunque, Quota 100 ha sì portato a un risparmio di 1,4 miliardi, ma ha generato anche trasferimenti per pensionamenti anticipati per un valore di oltre 3 miliardi. A ciò si aggiunga il fatto che nel biennio 2021-2022, l’effetto della nuova contrattazione collettiva sommato al’entrata a regime delle nuove assunzioni e alle conseguenze dell’emergenza Covid19, sfocerà in una crescita di spesa di 2,3 miliardi nel 2020 e di 5,3 miliardi nel 2021.

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Alberto Girardellohttps://managementcue.it
Scrivo per la voglia di dire qualcosa