Introduzione

Il siderurgico di Taranto, ormai noto a tutti come Ex-Ilva, in queste ultime settimane sta attraverso la sua “ora più buia”. Nella serata di Venerdì 22 Novembre si è tenuto a Palazzo Chigi un confronto teso tra il Premier Giuseppe Conte (affiancato dai ministri dell’Economia Roberto Gualtieri e allo Sviluppo economico Stefano Patuanelli) e gli attuali proprietari del colosso siderurgico Akshimi Mittal e il figlio Aditya. L’inizio di un negoziato e non incontro risolutivo di una questione, dagli esiti non del tutto scontati, considerata anche la scesa in campo della magistratura di Milano e Taranto.

L’ultimo atto, ma non il conclusivo, della crisi dell’impianto di Taranto che va avanti da ormai sette anni, per essere precisi dal 26 Luglio 2012. In quella data l’impianto venne “sequestrato”  e i vertici aziendali arrestati con l’accusa di disastro ambientale.

Una questione per l’industria nazionale

Dal 2012 al 2019 si è assistito ad un terremoto che si è propagato in tutta l’economia nazionale lasciando un cratere di 23 miliardi di euro di PIL, ovvero, l’1,35% del cumulato della ricchezza nazionale. Numeri che fanno ben capire che la crisi del siderurgico  non è una questione relegata al solo Mezzogiorno ma  interessa l’intero Paese e il suo apparato industriale.

L’effetto più consistente è proprio nel Nord industriale. Le aziende metalmeccaniche, del bianco e della componentistica dell’auto, che dell’acciaio prodotto a Taranto si nutrono, hanno perso in sette  circa 7,3 miliardi di euro. Questo a seguito della produzione sempre più ridotta dell’acciaieria pugliese , dovendo così ricorrere ad importare materia prime dalla Cina, Corea o dall’India.

Gli effetti della chiusura sull’economia italiana

Ma cosa accadrebbe se l’Ex-Ilva di Taranto venisse chiusa? Quali sarebbero gli effetti? Secondo una stima effettuata dalla Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), l’impatto annuo sul PIL nazionale derivante dalla chiusura dello stabilimento di Taranto sarebbe pari a 3,5 miliardi di euro, pari allo 0,2%. Se si considera l’impatto sul PIL del Mezzogiorno, tale valore percentuale sale allo  0,7%.

Sempre secondo quanto riportato dal report redatto dalla Svimez un “impatto negativo si avrebbe soprattutto sulle esportazioni (-2,2 mld) ma anche sui consumi delle famiglie (-1,4 mld), considerando il significativo impatto del venir meno degli stipendi degli addetti dello stabilimento, dell’indotto diretto e degli effetti occupazionali del rallentamento dell’economia. Si ricorda infatti che l’occupazione impegnata da ILVA è di quasi 10 mila addetti (di cui oltre l’80% a Taranto), di circa 3 mila dipendenti nell’indotto e di altri 3 mila addetti legati all’economia attivata dall’azienda. Parliamo di un bacino complessivo di oltre 15 mila persone che rischierebbe di perdere il salario”.

Una questione non solo industriale

I numeri sopra riportati ci fanno capire che l’epicentro del terremoto iniziato nel 2012  sia la città di Taranto. Questo ci obbliga a nominare il quartiere Tamburi che da 60 anni ospita l’impianto siderurgico e a subire il deposito delle polveri sottili da questo emesse. Indipendentemente dalle scelte che saranno prese, saranno necessari interventi di protezione della salute che vadano oltre quelli previsti dall’ultimo piano ambientale. Se così non fosse, citando uno studio della Fondazione Umberto Veronesi, i residenti del quartiere Tamburi continueranno a convivere con questa spada di Damocle sul capo. In altri termini continueranno ad ammalarsi. Continueranno a morire.

Riferimenti

SVIMEZ-Impatto chiusura Ilva: http://lnx.svimez.info/svimez/wp-content/uploads/2019/11/SVIMEZ-impatto-chiusura-Ilva.pdf

 

https://www.ilsole24ore.com/art/i-7-anni-perduti-dell-ilva-fumo-23-miliardi-euro-pil-ACpCtGT

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/oncologia/ilva-tumore-del-polmone-rischi-troppo-alti-per-chi-vive-al-quartiere-tamburi

A cura di Cosimo Perlangeli