Dottorato e dipendenti pubblici: in arrivo una nuova opportunità per crescere senza rinunciare al lavoro

Lavoratrice

Lavoratrice felice (Canva foto) - www.managementcue.it

Dottorato e dipendenti pubblici: una possibilità di crescita formativa senza rinunciare alla stabilità del lavoro.

Per chi lavora nella Pubblica amministrazione, conciliare formazione avanzata e carriera lavorativa è spesso un obiettivo complesso. Tuttavia, negli anni si sono aperti spazi normativi che consentono di investire nella propria crescita professionale senza dover interrompere il percorso occupazionale.

Tra questi strumenti, uno dei più discussi riguarda l’opportunità di intraprendere un dottorato pur mantenendo il proprio ruolo all’interno della PA.

Nel contesto attuale, dove la richiesta di competenze specialistiche è sempre più elevata, la possibilità di accedere a percorsi di ricerca rappresenta un’opzione strategica. Ma, a fronte di queste opportunità, emergono anche criticità e interrogativi, soprattutto in merito ai costi e all’equità del sistema.

Le domande si moltiplicano: fino a che punto è sostenibile per lo Stato finanziare questa formazione? E quali sono le reali ricadute per le amministrazioni coinvolte?

Lavoro e studio: è possibile conciliarli?

L’interesse verso i percorsi di dottorato per i dipendenti pubblici si è riacceso in parallelo alle recenti riforme del settore. Il nuovo assetto organizzativo promosso dal governo punta infatti a rendere la macchina pubblica più dinamica e orientata all’innovazione, anche attraverso il rafforzamento delle competenze interne. Non sorprende quindi che si guardi con maggiore attenzione a strumenti già esistenti ma finora poco valorizzati.

Come sottolineato dal ministro Paolo Zangrillo, l’intento è quello di rendere la PA più attrattiva per le nuove generazioni e, al contempo, migliorare la funzionalità degli enti. In questo contesto, il congedo per dottorato rappresenta una leva significativa, ma solo se inserita in un quadro di regole chiare e verificabili.

Studio
Persona che studia (Canva foto) – www.managementcue.it

Una norma storica con nuove prospettive

La possibilità di accedere a un congedo retribuito triennale per frequentare un dottorato è prevista dalla legge n. 476 del 1984. Si tratta di un’aspettativa straordinaria che consente ai dipendenti pubblici di dedicarsi alla ricerca senza perdere stipendio né contributi previdenziali. Con una modifica del 2001 è stato anche garantito il mantenimento del trattamento economico. Questa misura, come ricorda Sky Tg24, è unica nel panorama lavorativo italiano, poiché nel settore privato non è prevista alcuna forma di sostegno simile.

Nonostante i vantaggi, restano molte ombre sull’effettiva applicazione del congedo. La normativa non impone l’obbligo di restituire le somme percepite anche in caso di mancato completamento del dottorato, a meno che il dipendente non lasci il lavoro entro due anni dal termine del corso. Inoltre, non è richiesta la presenza ai corsi né la presentazione di una tesi. L’assenza di controlli stringenti e la possibilità di seguire corsi online o all’estero senza verifica linguistica hanno sollevato perplessità. A ciò si aggiunge un impatto economico stimato in circa 50mila euro annui per lavoratore, considerando anche il costo di eventuali sostituti. Per il momento, non esistono dati ufficiali sull’uso di questa misura, e ciò rende ancora difficile una valutazione complessiva della sua efficacia e sostenibilità.